Claudio Corazza

“Non dimenticare mai, da dove vieni e dove vai.
Non ti vergognare mai,
perché ciò che sei non c’entra niente con quel che hai.”

<La fosforilazione è quel processo che permette all’ ATP di ricaricarsi ad ADP. L’ ATP, come sapete, è una molecola molto importante per…> “No, non ce la posso fare”. Chimica alla penultima ora del venerdì è insopportabile. Fammi dare un’occhiata al diario; ah, è vero. Dopo c’è religione. Per adesso, tanto vale dargliela vinta e seguire la spiegazione, anche se penso di essere il solo a pensarla così: il mio vicino di banco che gioca freneticamente con il cellulare e un gruppo di ragazze che malignano sommessamente confermano la mia ipotesi. Dunque, che diavolo era la fosforilazione?

<Arrivederci,ragazzi. La prossima volta però vi vorrei un pò più attenti.> Meno male, è andata pure questa. La professoressa non fa nemmeno in tempo a radunare i registri ed uscire dalla classe che l’insegnante di religione sta già raggiungendo lo stipite della porta. <Ah, buongiorno ragazzi.> Ci sorride il professor Claudio. Al suono della sua voce, tutti gli alunni si alzano in piedi per ascoltare il ritornello del Salmo responsoriale del giorno; di solito, tuttavia, dopo qualche preghiera personale, Claudio da sempre inizio alla spiegazione. Stavolta però esordisce in modo diverso. <Allora ragazzi, oggi vorrei raccontarvi un episodio molto particolare. Sapete che cerco sempre di rendervi partecipi delle mie esperienze… Anche perché così possiate aiutarmi, o darmi un consiglio, proprio come io mi sforzo di fare con voi.>
E pensare che se Claudio non avesse ricevuto quella telefonata, non avrebbe avuto nulla di cui discutere con i suoi alunni, e forse quei giorni successivi gli sarebbero parsi un pò più vuoti. <Ehi, ciao, senti, non è che ti disturbo? No, volevo solo chiederti se potevi prendere un ragazzo per un paio di pomeriggi a settimana… Sì, deve fare ripetizioni di matematica, lo avrei aiutato io ma in questo periodo sono impegnato con gli scrutini. E poi abita proprio vicino a Monteverde, sarebbe più comodo per entrambi… Grazie mille Claudio, ti lascio il suo numero allora, a presto!> Sì, il professore di religione fa anche ripetizioni di matematica: i numeri sono stati sempre la sua passione. Quando il suo cellulare squillò, Claudio era intento a correggere la solita risma di compiti in classe. Lì per lì quell’imprevisto gli suonò come una scocciatura, ma in fondo sapeva che non avrebbe negato un pò di aiuto ad un ragazzo in difficoltà proprio a pochi mesi dalla maturità [ Marzo 2010, N.d.R.]. Gianmarco aveva infatti vent’anni, ma non era stato ammesso all’esame l’anno precedente e così si ritrovava a dover ripetere il quinto liceo scientifico. Ma questo Claudio ancora non lo sapeva; stava appena componendo il numero del ragazzo.

<Allora siamo d’accordo?>.
<Certo, grazie mille professò, a presto!>.

Tre giorni a settimana, lunedì, mercoledì e giovedì, Gianmarco avrebbe studiato a casa dell’insegnante dalle sette alle otto di sera.

“Chissà dove vuole arrivare a parare”. Sarà la solita storiella sul ragazzo disagiato atta a sensibilizzare gli adolescenti. E poi perché avrà richiesto proprio il nostro aiuto? Comunque non sapevo che desse anche ripetizioni di matematica.

Lunedì, primo appuntamento.
Nell’appartamento del professore si diffonde una luce calda: Gianmarco sembra quasi avvertire questo tepore, che però lo ustiona al contatto. Si sente in imbarazzo: proprio lui che ne ha passate tante su quelle strade della periferia di Roma dove è cresciuto, e che mai si è fatto intimorire da nulla.

<Buonasera, professor… Claudio?>.
<Entra, accomodati Gianmarco>. Sorride, ha avvertito l’esitazione del ragazzo. Claudio gli porge una sedia attorno al grande tavolo ovale del soggiorno, dopo di che chiude la porta; i rumori della casa svaniscono. Gianmarco ora è un pò più disteso. Insieme, cominciano ad analizzare il programma svolto dallo studente, e ad individuare i punti deboli su cui concentrarsi maggiormente. Mancano dieci minuti alle otto, e i due interrompono il lavoro.

<Allora, la matematica non è il tuo forte, eh?>.
<Lasciamo perde, professò… L’esercitazione dell’esame di maturità è stata programmata per la settimana prossima, e devo per forza strappà la sufficienza. Sennò chi ce la fa a ripetere l’anno un’altra volta?>.
<Vedremo di mirare anche un pò più in alto, mi sembri un ragazzo molto sveglio>.
<M’accontento pure del sei, professò!>.
<Ma cosa è mai successo l’anno scorso per non essere ammesso agli esami?>.
<Per me, la scuola…>. Compie uno strano gesto, portandosi le dita della mano a coprirsi il volto. <… è ‘na prigione>.
Si volta di scatto a dare un’occhiata all’orologio, effettivamente stanno sforando.<Devo scappà professò, grazie di tutto, alla prossima!>. Esclama agitato il ragazzo. Non si fa nemmeno accompagnare alla porta, che è subito fuori.

<Sì ragazzi, ha fatto proprio così>. Claudio mima ancora il gesto che Gianmarco aveva esibito quando gli era stato domandato sulla sua situazione scolastica. <Ma cos’aveva allora? Non si trovava bene forse?>. Forse non avrebbe paragonato il suo istituto con una prigione altrimenti. Le solite domande. Il professore continua a sorridere, ma stavolta non riesco a distinguere se si tratta di un riso di scherno o di compassione.
<Ancora non lo sapevo, ma lo avrei scoperto il mercoledì>.

Claudio è una persona troppo sensibile ai disagi del prossimo e troppo disponibile per concludere un incontro con una nota così amara. Ma Gianmarco era letteralmente fuggito via, e non gli aveva dato il tempo di replicare. Così, due giorni dopo, l’insegnante chiede spiegazioni.

<Eh, lo so, mi scusi professò, ma avevo un’appuntamento con mio fratello e… Quello è capace de non parlamme pe na settimana se glie do buca>.
<Ma, Gianmarco, cosa sarà mai se…>. Lo interrompe.<No, professò, lei non lo conosce, è un tipo molto permaloso. E poi è l’unico che mi è rimasto, l’unico che mi protegge>.

E’ vero, a Gianmarco non era rimasto nessuno che veramente si preoccupasse per lui, a parte suo fratello. La sua famiglia non era mai stata unita, e ormai il ragazzo non la considerava nemmeno più una famiglia. <Un ricordo>, raccontava a Claudio <mi è rimasto solo un ricordo dell’infanzia. E vuole sapere qual’è? Mia madre, sì, proprio mia madre, che mi svegliava nel cuore della notte per farmi assistere ai suoi litigi con mio padre. Lui la minacciava con un coltello, e lei voleva che io osservassi di nascosto. Avevo solo sei anni>. Gianmarco non sapeva perché sentisse di confidare al suo insegnante di ripetizioni tutte queste cose. Forse il suo volto sempre sorridente e l’espressione bonaria ma saggia gli infondevano fiducia; forse perché era la prima persona con cui avesse mai potuto parlare con sincerità, senza essere giudicato. E intanto troppi momenti del passato riaffioravano nella sua mente. Sua madre non era mai stata un genitore presente: pensare che non faceva nemmeno trovare qualcosa di caldo al figlio al suo ritorno a scuola. <T’arrangi>, gli rispondeva. Gianmarco riuscì a reprimere tutte le sue emozioni fino ad un giorno, che fece rabbrividire Claudio solo ad udirne il racconto.

Era un pomeriggio d’inverno, e, stranamente, Gianmarco trovò la madre a casa facendo ritorno da scuola. Pranzò velocemente, “arrangiandosi” come aveva imparato a fare negli ultimi anni, e poi fece per uscire nuovamente per vedersi con gli amici.
<Ma dove credi di andare, eh?>. La madre era stata più veloce di lui, e si era mossa a bloccare la porta. <Sempre fuori a vagabondare con quei tuoi amici!>. Puzzava di alcol.
<Parli proprio tu, eh?>. E’ da quando papà se n’è andato che…>. Per un attimo, sembrava che dentro di lui avesse preso il sopravvento il bimbo di sei anni che piangeva osservando il padre che minacciava la madre; ma subito tornò il sedicenne irascibile e ribelle che la strada lo aveva fatto diventare.
<Non permetterti mai più di rivolgerti a me in questo modo! E ora torna in camera tua!>. Tuonò la madre. Il suo movimento fu rapidissimo, gli bastò infilare una mano nella tasca interna del giubbotto. <Mamma, levati o ti taglio la gola>.

Nella classe calò il silenzio. Erano ormai le due e tutti noi saremmo potuti tornare a casa già da dieci minuti, ma il racconto era troppo coinvolgente e nessuno staccava lo sguardo dal professore.
Insegnante di religione, appassionato di matematica, e adesso anche attore. Claudio riserva sempre molte sorprese, non c’è che dire. Adesso stava impersonando Gianmarco mentre brandiva un coltello a serramanico di quindici centimetri contro il collo della madre. Fosse entrato il preside, non sarebbe stato tanto positivamente impressionato quanto i suoi alunni.
<No professore, non è vero, non ci posso credere>.<Devi crederci, invece. La madre, spaventata, si è scostata subito, ma Gianmarco subito dopo si è diretto verso camera sua come gli era stato ordinato. E ha fatto a pezzi ogni singolo oggetto che si trovava nella sua stanza. Ha persino gettato dalla finestra un tv al plasma nuova di zecca. Dopo di che, è scappato di casa senza far ritorno>.

Il ragazzo vide che il suo insegnante era rimasto senza parole per la sconsideratezza del suo gesto. Ma gli faceva piacere che invece di rimproverarlo, o addirittura sbattere fuori di casa una persona simile, avesse annuito con aria comprensiva. Terminò il suo racconto.
<Dopo la mia fuga, ho provato a trasferirmi in un motel sulla Salaria per un paio di notti. Ma è stato terribile, ho dovuto dormire con il coltello sotto il cuscino: allora sono andato subito a casa di mio padre. Lui è sempre occupato per lavoro, ma suo figlio, il mio fratellastro, mi ha subito preso in simpatia e si è occupato di me come nessun altro aveva mai fatto. Lei mi vede così, sempre sorridente, e poi, guardi: cellulare, ultimo modello. Ma la mia è solo una maschera>.

<Ora capisco il tuo stretto legame con tuo fratello, nonostante il suo carattere così particolare. Oddio, come abbiamo fatto tardi! Sono quasi le otto e mezza!>.
<Non mi importa professò, è la prima volta che qualcuno mi ascolta veramente>. <Chiamami pure Claudio. E comunque la prossima volta però cerchiamo anche di andare un pò avanti… Il compito è fra pochi giorni, no?>. <E’ vero, non mi ci faccia pensa. Arrivederci, a domani!>. Stava scendendo i primi gradini quando si fermò e chiamò l’insegnante dalle scale. Riaprendo la porta, Claudio lo ascoltò. <Io lo so il suo nome, ma la chiamo lo stesso professò, perché per me il rispetto è la prima cosa!>. Claudio lo salutò nuovamente, mentre intanto rimuginava su una piccola sorpresa da organizzargli per il prossimo incontro.

Gianmarco si trovava in netto anticipo davanti al portone del suo insegnante di ripetizioni. Era giovedì. Claudio aveva deciso all’ultimo momento di spostare il loro appuntamento per le tre del pomeriggio, e non gli aveva ancora dato una spiegazione. In ogni caso, citofonò a Claudio per avvertirlo che sarebbe salito dopo aver pranzato con un panino al bar accanto all’edificio.

<Ma no, Gianmarco, sali pure ora!>.
<Professò, ma nemmeno un panino…>.

La serratura all’ingresso era già scattata. Facendolo entrare nell’appartamento, che ora appariva così familiare al ragazzo, Claudio non avrebbe nemmeno potuto immaginare che cosa il suo gesto potesse significare per Gianmarco. Su un vassoio riposto sul tavolo del salotto, c’erano della pizza e due birre; per la prima volta, il ragazzo aveva trovato qualcosa di caldo da mangiare tornando da scuola.

Quel pomeriggio fu speciale. I due di scordarono della matematica, dei compiti da correggere e degli assiomi da memorizzare, e benché si conoscessero solo da quattro o cinque ore – sì, Gianmarco contò sulle dita della mano le ore di ripetizioni trascorse insieme – si confidarono e si confrontarono come solo due vecchi amici possono e sanno fare. Poi, Claudio chiese al ragazzo se non avesse amici disposti ad ascoltarlo quando aveva bisogno di sfogarsi. In fondo, lui si credeva solo l’insegnante di ripetizioni. Comunque sì, ne aveva avuto uno.

<Era un cane. Si chiamava Adolf. In questi ultimi anni, ho capito che è molto più facile fidarsi di un animale piuttosto che di un essere umano>.
Mi raccontò di quando passeggiava con il suo dogo argentino bianco, con la pettorina gialla sul busto, sulla quale spiccava la scritta non ti temo – professò, era coattissimo – , e si sentiva protetto, al sicuro. Una volta uscì perfino in anticipo da scuola per accudirlo; era agitato, e suo padre non riusciva a calmarlo. Purtroppo, quando rincasò dovette incassare la dura notizia del decesso dell’amico.
<Deve essere stato un grande dispiacere per te, Gianmarco>. Il ragazzo fece spallucce e finse noncuranza, ma dal modo in cui cambiò subito discorso, Claudio capì che aveva sofferto molto, e non poté fare a meno di notare la lacrima che tentava di ricacciare dentro gli occhi. Comunque, continuò a mostrarmi diapositive del film della sua vita, raccontandomi invece di una volta che aveva avuto l’occasione di guidare l’ultimo, esclusivo modello di un’auto sportiva in pista a Monaco di Baviera.

<A me non importa molto della matematica. Lo sa cosa voglio fare finita la scuola, professò?>. <Dimmi, Gianmarco!>. Era sinceramente incuriosito. <Voglio vincere al Super Enalotto. Così potrò regalare a tutte le persone che più mi stanno a cuore la macchina dei loro sogni. Qual’è la sua preferita? Basta che me lo dice e gliela faccio trovà in garage!>. <Ma Gianmarco, almeno tu giochi al Super Enalotto?>.<Non ancora, professò!>.

<Ma giovedì era ieri, quindi quello è stato il vostro ultimo incontro?>.
<Purtroppo sì, l’ultimo che oggi potrò raccontare. Però non vi ho riferito un’ultima cosa: Gianmarco ha voluto che ascoltassimo insieme una canzone, prima di terminare l’incontro. Poi, quando se n’è andato, gli ho scritto un messaggio con un passo del testo… Ve lo leggo, così vediamo se la riconoscete: Ciò che sei non c’entra niente con quel che hai>.
Proviamo a consultarci insieme, ma ormai abbiamo già gettato fango sulla nostra cultura musicale. <Mi piacerebbe ascoltarla insieme>. Dallo speaker di un telefonino con connessione ad internet, le note di Superstar di Brusco sembrano quasi materializzarsi e volteggiare nella classe.

No, ormai avevamo deciso che non saremmo tornati a casa finché il professore non avesse esaurito il suo racconto. Trattenendolo così in classe, abbiamo quasi varcato la soglia del sequestro di persona. Eppure questo ragazzo, che prendeva vita attraverso le parole di Claudio, ci aveva calamitati: noi non conoscevamo lui, pur avendo ascoltato la storia della sua vita, e lui non conosceva noi, seppur consapevole della presenza di questi spettatori indiretti. Ed in quel momento, queste due realtà si stavano fondendo insieme sugli accordi di un brano, trasportando tutti in una dimensione irrazionale e sconvolgente.

Claudio, varcando la soglia dell’istituto per tornare a casa, si sentì un pò in colpa per non aver detto tutta la verità ai ragazzi. Aveva omesso, nel corso del suo racconto, il messaggio di risposta di Gianmarco <Già … ora so che il sole esiste ANKe x me> e il suo ultimo saluto <C’è sempre stato. Dovevi solo impegnarti di più a scorgerlo tra le nubi che lo oscuravano. Buona domenica>.

“Si tiene duro fino a sabato,
ma ciò che conta veramente è fare il meglio che si può.
Sei comunque una superstar,
nella vita sua chiunque è una superstar.”
G.Gallardo 

mi racconto

Dai poco quando doni ciò che hai. Quando doni te stesso, solo allora dai veramente.

Sono un uomo che ha sempre cercato di essere se stesso,
che ha sempre deciso usando l’intelligenza ma facendosi guidare dal cuore,
che ha sempre saputo di essere amato
e che ha sempre creduto nell’altro perché tutte le persone sono speciali ed uniche.

Il mio prossimo è lo sconosciuto che è in me, reso visibile.
K. Gibran

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